Tu chiamala se vuoi resilienza

La padronanza di nuovi termini porta sempre con sé un arricchimento del proprio bagaglio culturale, ma alcune parole, una volta comprese, possono davvero allargare gli orizzonti e schiudere un mondo prima inesplorato. La parola resilienza è stata, nella mia recente esperienza, una di queste.

La resilienza può sommariamente definirsi come la capacità di un sistema di adattarsi positivamente ad una perturbazione che lo ha allontanato dal suo stato iniziale. Con riferimento agli argomenti trattati in questo blog, assume una grande importanza la valutazione della resilienza delle società umane agli scenari conseguenti ai cambiamenti climatici, caratterizzati come è noto in particolare da aumento della frequenza e dell’intensità di eventi metereologici estremi, scioglimento dei ghiacci, siccità, calo della produzione alimentare, innalzamento del livello dei mari, modificazioni delle correnti marine, acidificazione degli oceani, aumentata diffusione di specie animali portatrici di malattie, ecc.

Partendo dalla constatazione che i cambiamenti climatici sono già in essere, e che nei prossimi decenni il fenomeno non potrà che accentuarsi alla luce delle tendenze in atto e della relativa inerzia dei complessi sistemi atmosferici terrestri, dobbiamo guardare non solo alle azioni da compiere per contenere l’aumento della temperatura entro livelli tali da non mettere a repentaglio la sopravvivenza del genere umano, ma anche a come prepararci al meglio a ciò che potrà accadere in tempi relativamente brevi in modo da minimizzare i danni e superare efficacemente le molteplici difficoltà che ci si pareranno davanti.

Non volendo trattare l’argomento in maniera didascalica, l’elenco che segue rappresenta un insieme casuale (e lungi dall’essere esaustivo) di comportamenti, scelte individuali e collettive, politiche e buone pratiche che potranno accrescere la resilienza delle nostre società al riscaldamento globale e al progressivo depauperamento delle risorse.

Autoproduzione di energia (solare, eolico e geotermico in primis), manutenzione e cura del territorio, riforestazione, adozione di sistemi di recupero e stoccaggio dell’acqua piovana, coltivazione di orti domestici, diminuzione del consumo di carne e pesce, intensificazione degli scambi di prodotti e servizi “a km 0”, rafforzamento dei legami e della solidarietà fra i membri di una stessa comunità, decongestionamento delle metropoli e ripopolamento dei piccoli centri e delle zone rurali e montane, rinaturalizzazione delle sponde fluviali e delle aree costiere, limitazione consistente degli spostamenti a lungo raggio (particolarmente di quelli aerei), incremento dell’uso delle due ruote e di veicoli a trazione elettrica, riprogettazione dei beni di consumo in modo da ridurne al minimo la manutenzione e di allungarne il ciclo di vita, chiusura a corto raggio del cerchio nel ciclo dei rifiuti, diffusione della bioedilizia e dei sistemi di riscaldamento domestico con fonti rinnovabili, adozione di pratiche cooperative da contrapporre al totem della competitività.

Credo che ognuno di noi dovrebbe provare ad immaginare se stesso nel contesto di una società ripensata e riprogettata secondo i criteri sopra enunciati, per vedere un po’ l’effetto che fa: secondo me non è poi così male come i fautori della crescita illimitata vorrebbero far credere…

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