Petrolio nero bollente

Come è noto lo scorso novembre l’OPEC, con in testa l’Arabia Saudita, decidendo di non tagliare la produzione di greggio ha determinato un crollo delle quotazioni del petrolio (il Brent è oggi a 59$ al barile contro i più di 100$ fino a settembre 2014). E’ di tutta evidenza che in un’auspicabile prospettiva di un’economia fossil free questa è una cattiva notizia: il basso costo del petrolio rende meno competitive le fonti rinnovabili e non incentiva a sufficienza l’efficienza energetica. Naturalmente l’economia sviluppista dominante ha salutato con favore questa notizia, ma questa è un’altra storia.

Piuttosto, è interessante approfondire gli effetti collaterali del petrolio a basso costo, per fortuna non tutti negativi: in particolare va evidenziato come il ribasso delle quotazioni abbia ridotto in maniera significativa la marginalità degli operatori statunitensi del fracking, rendendo poco attraente la trivellazione di nuovi pozzi. Più in generale, un perdurante basso prezzo del petrolio mette a repentaglio gli investimenti a più alto costo, quelli per intenderci il cui sfruttamento necessita di maggiori risorse (e quindi più energia) a parità di barili prodotti. Si tratta peraltro dei giacimenti più discussi e a maggior impatto ambientale (oltre al fracking citiamo le sabbie bituminose e l’olio di scisto), che nel cammino verso un’economia a basso contenuto di carbonio dovrebbero, insieme al carbone, essere abbandonati per primi.

E’ evidente che gli USA, che perseguono così ostinatamente l’obiettivo dell’indipendenza energetica, non accetteranno facilmente di rinunciare ai propri progetti domestici e faranno di tutto pur di non darla vinta agli arabi. Ad ogni modo, vada come vada, questa vicenda fa emergere chiaramente che non è più possibile lasciare al libero mercato la regolazione dello sfruttamento delle risorse energetiche, e men che meno delle fonti fossili.

Per questo mi piace pensare che alla COP 21 che si terrà a dicembre a Parigi verranno decise non solo riduzioni vincolanti con tempi certi delle emissioni di gas serra, ma soprattutto una moratoria (al 2030?) nell’estrazione di fonti fossili (peraltro già velatamente ipotizzata da qualche funzionario dell’ONU) accompagnata da una carbon tax a carico dei produttori che renda da subito non più economicamente sostenibili i progetti più rischiosi e impattanti su clima e ambiente. E’ un sogno? Probabilmente, ma come si sa “nulla avviene se prima non si sogna”.

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